Marco MICHELI



Marco Micheli è nato a Brescia, e fin da piccolo ha dimostrato interesse per la scienza frequentando le varie iniziative proposte dal Museo di Scienze Naturali della nostra città. Dopo le scuole medie ha frequentato il "Calini Sperimentale", ora Liceo Scientifico "Leonardo", dove ha consolidato il suo interesse per le materie scentifiche partecipando anche alle fasi nazionali delle Olimpiadi della Matematica e della Fisica, che lo hanno poi indirizzato verso la Scuola Normale Superiore di Pisa, di cui ha conseguito il titolo triennale e specialistico in Fisica.
E' stato allievo del corso ordinario della Classe di Scienze della Scuola Normale dal 2002 al 2007. Ha discusso presso l’Università di Pisa il 24 luglio 2007 una tesi di Laurea Specialistica in Astronomia e Astrofisica dal titolo “Effetto YORP sulle proprietà rotazionali degli asteroidi” sviluppata sotto la guida del Prof. Paolo Paolicchi. Ha ottenuto offerte per il PhD da parte di Caltech, University of Arizona, Cornell University, University of Colorado e l’University of Hawaii, istituzione presso cui si è trasferito a partire dal mese di agosto 2007.
I suoi principali interessi di ricerca riguardano l’osservazione e lo studio della dinamica degli asteroidi, focalizzandosi in particolare sui Near-Earth Objects, cioè quegli asteroidi con orbite tali da poter collidere in un prossimo futuro col nostro pianeta.

Ed ecco l'intervista che il nostro Marco ha rilasciato per essere pubblicata sul Bollettino dell'Associazione Normalisti, e di cui siamo lieti che ci ha autorizzato a riportare per intero sul nostro sito

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Marco sul Mauna Kea con sullo sfondo (da sinistra): Il telescopio Subaru, i due Keck e l'IRTF
L’astronomia è una delle scienze più note al grande pubblico. Non solo hai un passato di divulgazione abbastanza solido, ma non è la prima volta che qualcuno ti chiede di parlare della tua carriera scientifica. Alla luce di questa esperienza, come giudichi l’interesse generale del pubblico verso l’astronomia?
L’astronomia è al giorno d’oggi probabilmente unica tra le scienze sperimentali per un motivo fondamentale: solo in questo settore sono presenti tanti appassionati molto competenti, che con strumentazioni amatoriali e poco costose riescono comunque a ottenere risultati di grande soddisfazione personale, e, talvolta, anche di notevole valore scientifico.
Questo fatto, già da solo, dice molto di questa disciplina, capace di catturare l’interesse non-professionale di migliaia di persone, dalla formazione più disparata.
La mia passata esperienza nel campo della divulgazione astronomica mi ha anche mostrato che moltissime persone, di ogni fascia di età, possono essere attirate verso la scienza in generale, e l’astronomia e fisica in particolare, dal fascino delle osservazioni astronomiche, anche ad occhio nudo. È sempre sorprendente realizzare quante cose affascinanti sono visibili ogni notte sopra le nostre teste, anche senza strumenti (luna permettendo)!



Come valuteresti la qualità dell’informazione scientifica in campo astronomico che un giovane può acquisire dalle pubblicazioni cartacee e in particolare dalla rete? La trovi corretta, formativa e soprattutto utile per chi si affacci con determinazione a questa disciplina, come hai fatto te, fin da giovanissimo?
La questione dell’informazione astronomica in Italia è estremamente variegata. Fin dagli inizi della mia passione verso questa disciplina ho iniziato a notare esempi di ottima informazione (ad esempio il “classico” Super Quark in televisione, o il supplemento Tutto Scienze de La Stampa, o la rivista Le Scienze, edizione italiana di Scientific American), affiancati da tantissimi esempi su cui preferisco non dare un giudizio esplicito, in cui giornalisti di testate a copertura nazionale mostravano una preparazione scientifica inesistente (o peggio, totalmente errata!).

Il mio particolare settore disciplinare, lo studio degli asteroidi che possono colpire il nostro pianeta, ha poi da sempre una “nicchia” di rilievo nell’attenzione mediatica. Anche in questo caso, purtroppo, non sempre più attenzione implica un’informazione più corretta. Spesso, soprattutto negli anni scorsi, mi è capitato di vedere annunci di taglio catastrofistico su passaggi ravvicinati di asteroidi, che creavano un allarmismo del tutto ingiustificato verso eventi che accadono in media ogni settimana. Discorso simile vale, a livello globale, per i vari film catastrofistici su impatti asteroidali o cometari: se da un lato hanno contribuito ad attirare l’attenzione del pubblico verso il reale e concreto problema degli impatti asteroidali, dall’altro ne hanno fornito un quadro inaccurato, e spesso eccessivamente pessimistico in certi aspetti (come i danni causati) e ottimistico in altri (quali le nostre effettive capacità di intervento).
Fortunatamente, nell’attuale era di Internet, è diventato possibile per chiunque sia interessato alla scienza, e desideri informazioni corrette ed aggiornate, rivolgersi direttamente alla fonte, cioè agli appropriati siti web di divulgazione scientifica, evitando il “filtro” intermedio del giornalista o del regista cinematografico. Siti come quello della NASA o Wikipedia (che per informazioni scientifiche è nella mia esperienza personale decisamente affidabile) permettono rapido accesso ad informazioni corrette, dotate di fonti, chiaramente spiegate e soprattutto aggiornate (altro problema non trascurabile dell’informazione tradizionale, via libri o riviste).


Per curiosità, dei film “catastrofistici” che hai visto, qual è quello che ti è sembrato il più accurato?
Come dicevo sopra, nessuno dei famosi film catastrofistici (Armageddon, Deep Impact, …) è totalmente sbagliato, sono “solo” in gran parte sbagliati! E questo forse li rende ancora peggiori, perché la loro apparente scientificità li riveste di un’aura di correttezza che rimane nell’immaginario delle persone.
Comunque, dovessi scegliere tra i due precedenti, preferisco Deep Impact almeno per due motivi. Innanzitutto il rischio di scoprire una cometa impattante a breve termine è molto più realistico rispetto ad un asteroide, perché fortunatamente conosciamo quasi tutti gli asteroidi massicci, ma non tutte le comete (che spesso vengono da molto lontano e visitano il Sistema Solare per la prima volta).
In secondo luogo, per lo meno mostra un vero impatto, sensibilizzando il pubblico al danno che frammenti anche piccoli possono fare al nostro pianeta.
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Uno dei due Keck (attraverso un visore notturno) che punta con il suo raggio laser Plutone

Veniamo alla tua storia. Fin da piccolo sei sempre stato fortemente orientato all’astronomia, sei stato davvero una persona molto determinata nel tuo percorso formativo. L’astronomia è assieme alle scienze della terra o la biologia una materia scientifica insegnata più spesso di altre scienze sperimentali nelle scuole di base; tanti ragazzi adorano leggere di astronomia quando sono giovani, ma generalmente prendono altri percorsi professionali.
Potresti riassumere brevemente ai lettori i fattori che invece nel tuo caso ti hanno portato a mantenere questa curiosità fino alla scelta del percorso universitario invece che come semplice hobby?

Clicca per ingrandireQuesto aspetto della mia esperienza scientifica è davvero peculiare. Ho iniziato ad interessarmi di astronomia fin da quandoClicca per ingrandire avevo sei anni, grazie ad un piccolo osservatorio astronomico nella mia città (Brescia), dove appassionati tenevano conferenze divulgative di astronomia. L’evento “chiave” nel mio percorso è stato però l’apertura dell’osservatorio Serafino Zani, a Lumezzane (BS).
La storia di questa infrastruttura meriterebbe molto più spazio, trattandosi di un caso raro (o forse unico) di mecenatismo scientifico nel nostro paese. Questo bellissimo osservatorio amatoriale è stato costruito dalla famiglia Zani, industriali della zona, e messo a totale disposizione degli appassionati locali di astronomia, offrendo loro la possibilità di avere un’eccellente locazione (minor inquinamento luminoso rispetto alla città), un buon strumento osservativo e un grande supporto organizzativo ed umano, e permettendoci di raggiungere livelli di ricerca quasi professionali.

Sarò sempre grato a questa iniziativa, che ha fatto nascere in me la passione per la vera ricerca astronomica, permettendomi di conoscere a soli 14 anni cosa fossero gli asteroidi e le comete, e come fosse possibile studiarli, anche con mezzi semplici, facendo lo stesso tipo di osservazioni e lavori che ora compio professionalmente alle Hawaii.
Mi sorprendo ogni giorno di come queste comunità di appassionati, con strumenti commerciali e tanta passione, riescano a ripetere nel loro piccolo le stesse metodologie scientifiche della scienza astronomica.


Sei giunto infine alla Scuola Normale Superiore, un ambiente in cui ti sei trovato molto bene anche a livello personale.
Anzitutto, perché questa scelta? Come l’hai valutata alla fine dei cinque anni del corso di laurea? I corsi forniti dal sistema universitario pisano nel complesso e le infrastrutture che hai trovato (le biblioteche della SNS e del dipartimento di Fisica) erano all’altezza delle tue aspettative?
Soprattutto, erano quello che un astronomo come te cercava?
La mia esperienza dilettantistica in astronomia mi ha convinto fin da subito che, per essere un buon astronomo, è necessaria prima e sopra di tutto una buona preparazione matematica e fisica.
La Scuola Normale, pur non fornendo un curriculum specifico per astronomia, mi ha quindi permesso di ottenere una preparazione di ottimo livello in questi due settori.



Finita l’università, siamo arrivati al dottorato. Un dottorato alle Hawaii è prima di tutto un dottorato negli USA. Prima di entrare nello specifico del tuo caso, che cosa suggerisci di fare agli studenti che escono dal ciclo di studi della laurea magistrale italiana qualora volessero trasferirsi negli USA.
Quali fattori secondo te devono attentamente considerare?
La scelta di un dottorato negli Stati Uniti è senz’altro impegnativa, sia dal punto di vista burocratico, sia da quello personale. Le applications per i PhD vanno inviate molto prima rispetto alle università europee, anche 8 mesi prima dell’inizio effettivo dei corsi.
Vanno inoltre corredate da un set di esami standardizzati, sia di cultura generale e lingua, sia specifici per la disciplina scelta, che però fortunatamente si possono sostenere direttamente in Italia.
Nel momento in cui si viene accettati, si aprono molte opzioni. Innanzitutto si viene in genere invitati a visitare le università, in primavera, prima di effettuare la scelta. È un’ottima occasione per conoscere di persona i ricercatori del luogo, e iniziare a farsi un’idea di un possibile futuro advisor (relatore). L’importanza di questa figura nel sistema americano è superiore all’Italia: l’advisor non è solo il relatore di tesi, ma anche e soprattutto la persona per cui lo studente farà ricerca, e quindi la persona da cui verrà pagato.

È quindi importante accertarsi che tale persona abbia finanziamenti (grants) tali da poter finanziare la propria ricerca come studente.
Se si sceglie di accettare un’offerta, bisogna ricordarsi che in USA l’anno accademico comincia presto, in genere a metà agosto. Da lì in poi si dovrà abituare non solo ai nuovi impegni accademici, ma anche a tutte le novità che la vita in un nuovo paese comporta. E bastano pochi mesi per accorgersi che l’America è molto più distante (culturalmente) dall’Europa di quanto si pensi!

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Il Pan-STARRS e la Luna.
Si trova sul Haleakala, sull'isola di Maui
L’University of Hawaii ha una grande tradizione astronomica, e l’Institute for Astronomy (IfA) è certo uno dei più importanti centri al mondo in tale campo. Di cosa ti occupi esattamente?
Il mio lavoro principale, svolto con il prof. David J. Tholen, è osservare gli asteroidi NEO potenzialmente pericolosi per la Terra, al fine di migliorare la conoscenza della loro orbita, e conseguentemente la prevedibilità di futuri impatti.
Per queste osservazioni utilizziamo alcuni dei telescopi situati sul Mauna Kea, vulcano spento dell’isola maggiore delle Hawaii. Contemporaneamente, collaboro al progetto Pan-STARRS, uno studio del cielo che coinvolge molte università di tutto il mondo, con base proprio all’Institute for Astronomy. Il telescopio usato in questo progetto si trova in cima all’Haleakala, un altro vulcano hawaiiano sull’isola di Maui. Oltre a ciò, ho quasi terminato il mio progetto di tesi, in ambito simile, che comprende l’uso di telescopi sul Mauna Kea, e una collaborazione con un gruppo di ricerca che gestisce i dati della missione infrarossa della NASA chiamata WISE.


Hai accennato a collaborazioni con altri gruppi di ricerca, in particolare con altri gruppi negli Stati Uniti “continentali”. Che cosa secondo te caratterizza in generale le Hawaii come ambiente di lavoro? Che cosa invece le accomuna sotto il profilo della ricerca scientifica al resto degli USA?
La vita professionale alle Hawaii è estremamente interessante e stimolante, soprattutto in un settore come l’astronomia, dove l’Università spicca per importanza. Nel mio settore la vera chiave del successo hawaiiano è la possibilità di avere accesso a tutti i grandi telescopi qui costruiti, anche a quelli di proprietà di altre nazioni. Ciò mette a disposizione degli scienziati dell’Institute for Astronomy un set di strumenti completo e al top mondiale del settore, permettendo di svolgere al meglio quasi ogni tipo di ricerca si desideri.

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Il Faulkes in versione chiusa

Un esempio per chiarire la ricchezza di mezzi in cui si trova un astronomo che lavora alle Hawaii: sull’isola di Maui è stato costruito (da una fondazione privata) un telescopio a scopo educativo, dedicato agli studenti delle scuole medie e superiori, che vi possono avere accesso per i loro progetti scolastici; questo telescopio, chiamato Faulkes, ha un diametro di 2 metri, maggiore del più grande telescopio professionale esistente sull’intero territorio italiano (1,8 metri di Asiago).

Per il resto, come dicevo, lo stile di lavoro accademico è simile a tutto il resto degli USA, basato su finanziamenti a progetto (grants) e quindi sulla continua necessità di inviare dettagliate richieste (proposals) per avere accesso a strumentazioni e a fondi di ricerca.

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Il Faulkes in versione aperta


L’università delle Hawaii ha altre punte di eccellenza nelle scienze e nello sport. Pensi che la gente che hai incontrato in questi anni in USA o in Europa abbia una buona visione del suo livello o tende a sottostimarne la qualità?
La peculiarità più evidente della University of Hawaii è proprio questa dualità tra ottimi dipartimenti, al top delle classifiche mondiali per la ricerca svolta, e altri che si focalizzano molto di più sulla semplice didattica. Ciò è dovuto alla particolare localizzazione geografica delle isole, che diventa un punto di forza ineguagliabile per alcuni settori (come l’astronomia), mentre è prevalentemente un ostacolo per altri ambiti (a causa dell’isolamento geografico). Pertanto facoltà quali oceanografia, vulcanologia, geologia (oltre che astronomia) sono qui rappresentate al meglio, così come lingue e cultura orientale, o business (focalizzato al commercio con l’Asia).
In questi campi una scelta di dottorato alle Hawaii potrebbe essere un’opzione da considerare per altri italiani interessati ad un’esperienza accademica all’estero.

Andiamo oltre l’astronomia e la scienza.
Quali sono le altre passioni non scientifiche che possiedi? Quante di queste sono nate o hanno trovato espressione anche alle Hawaii?

Prima di iniziare quest’avventura alle Hawaii le mie passioni non professionali erano prevalentemente ”terrestri” (passeggiate, fotografia naturalistica e simili). Trasferitomi in un ambiente marino, ho iniziato ad appassionarmi sempre più al mare, soprattutto alla natura oceanica, facendo attività tipo snorkeling. La mia principale passione resta comunque viaggiare, e questa esperienza americana mi sta permettendo di svilupparla al meglio: tra viaggi di lavoro e personali, ho affrontato più di 100 voli in 4 anni!

Secondo te, quali preconcetti hanno le persone nei confronti delle Hawaii? Che cosa non si immaginerebbero mai di trovare visitandole o anche vivendoci per un lungo periodo?
Clicca per ingrandire La prima impressione che un visitatore ha delle Hawaii è in genere piuttosto sorprendente, ed in negativo. Atterrando nell’aeroporto internazionale di Honolulu ci si trova scaraventati in una grande metropoli di quasi un milione di abitanti, con grattacieli, autostrade e traffico.
Nei minuti successivi, si viene in genere portati in uno degli alberghi di Waikiki, in riva al mare ma anch’essi tipicamente americani, essendo grattacieli spesso altissimi (anche oltre i trenta o quaranta piani) con vista sulla zona più moderna della città.
La sorpresa viene quando ci si allontana anche pochi chilometri da Honolulu, e si scoprono le meraviglie di queste isole, che fortunatamente sono rimaste per grandissima parte incontaminate (a parte appunto la zona Clicca per ingrandireurbana della capitale, ”sacrificata” alla società del ventunesimo secolo). Da un lato si trova un mare stupendo, con spiagge disabitate per chilometri, onde maestose e pesci tropicali. Dall’altro lato c’è la foresta pluviale, con cascate, foreste di bambù, liane e fiori stupendi (e purtroppo spesso ignorata dai turisti in visita). Ovviamente non finisce qui: c’è anche l’elemento culturale, con i siti storici dell’attacco di Pearl Harbor e i palazzi del preesistente Regno delle Hawaii, e soprattutto c’è l’intero arcipelago da esplorare: isole ricche di vulcani attivi (il Kilauea è l’unico vulcano perennemente in eruzione al mondo) e di quelli spenti ma comunque imponenti. Il Mauna Kea, dove ci sono i telescopi, raggiunge i 4200 metri, quasi come le Alpi nel mezzo dell’oceano (misurata dal fondale oceanico, è la montagna più alta del pianeta!).

Un’altra sorpresa, questa volta di tipo culturale, è la prevalenza della cultura asiatica. Aggirandosi per Honolulu si scoprirà che più della metà delle persone sono di origine asiatica, che i cibi più diffusi sono sushi e dim sum, e che ad ogni angolo si possono vedere templi buddisti e shintoisti.
Un lato della cultura locale spesso inatteso, che però ha purtroppo sostituito la cultura e la lingua hawaiiana tradizionale, ormai ridotta ad un numero ridottissimo di comunità sulle isole più remote. Fra l’altro, è poco noto, ma l’hawaiiano ha un pronuncia molto simile all’italiano ed i locali si complimentano spesso per l’eccellente pronuncia dei nostri connazionali!

Ci torneresti, scienza a parte, nella vita?
Dopo quasi cinque anni di vita qui mi sono sicuramente legato a questi posti, sia professionalmente sia umanamente. La mia professione mi porterà senz’altro a tornarci più volte, ad esempio nel 2015 in occasione della conferenza mondiale dell’Unione Astronomica Internazionale, che si terrà proprio ad Honolulu. Dal punto di vista personale, però, la distanza dall’Italia si fa senz’altro sentire!

Un’ultima domanda, come forse saprai l’Associazione Normalisti sta iniziando un programma di tutoring per mettere in contatto le diverse generazioni di normalisti, di modo che i più giovani siano informati sul proprio futuro. Se qualche giovane normalista volesse contattarti per saperne di più saresti disponibile?
Certo, ne sarei felicissimo!


Come si scoprono gli asteroidi

Come si “scopre un asteroide”? Ci sono differenze procedurali fra quello che si esegue in un piccolo osservatorio amatoriale come quello di Lumezzane o un grande centro di ricerca? O cambia solo la velocità e l’efficienza con cui il processo viene compiuto?
La scoperta di nuovi asteroidi è stata per anni una delle principali attrattive per gli astronomi amatoriali.
Negli ultimi anni, sfortunatamente per la comunità di astrofili, la comparsa sulla scena internazionale di grandi telescopi professionali automatizzati ha portato alla scoperta di quasi tutti gli oggetti osservabili con strumentazioni amatoriali, rendendo questa ricerca quasi impossibile per i dilettanti.
Io ho avuto la fortuna di provare l’emozione di alcune di queste scoperte amatoriali. Nell’agosto 2005 a Lumezzane, col mio amico Gianpaolo Pizzetti, abbiamo scoperto il nostro primo asteroide, designato 2005 PQ3.
L’orbita dell’oggetto è ora ben nota, si tratta di uno dei milioni di pianetini che costituiscono la fascia principale degli asteroidi, tra l’orbita di Marte e di Giove.
Nel 2009, dopo 4 anni di osservazioni, abbiamo avuto la possibilità di scegliere un nome definitivo per l’oggetto, che abbiamo chiamato (177853) Lumezzane (il numero è una designazione sequenziale assegnata dall’Unione Astronomica Internazionale).
La metodologia di scoperta nel piccolo osservatorio amatoriale non è molto diversa dall’approccio professionale. L’osservazione visuale, con l’occhio umano, è ormai totalmente inesistente, sostituita dalla ripresa di immagini digitali a mezzo di speciali camere CCD (raffreddate elettronicamente o criogenicamente). Le immagini così raccolte sono quindi processate e visualizzate su un computer, ma l’individuazione degli oggetti è tuttora lasciata all’occhio umano, che per le sue caratteristiche è comunque nettamente più efficiente di qualunque algoritmo automatizzato.
In un ambiente professionale l’unica sostanziale differenza è la quantità e la qualità delle immagini raccolte: uno strumento amatoriale di 40 cm, come quello che usavo a Lumezzane, può scoprire in media un asteroide ogni decina di notti di lavoro. Un telescopio professionale, come Pan-STARRS qui in Hawaii, scopre migliaia di asteroidi ogni notte! Con questi volumi di dati l’analisi ad occhio è ovviamente molto più difficile: si usano quindi algoritmi capaci di individuare possibili candidati, ma poi la convalida di questi oggetti (e l’eliminazione di falsi positivi erroneamente identificati dagli algoritmi) è comunque lasciata all’occhio dell’astronomo!

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Un esempio dell’efficacia di questi strumenti di ricerca professionale: nel gennaio 2011 il telescopio Pan-STARRS è stato utilizzato per un’intera notte per la ricerca di asteroidi potenzialmente pericolosi per la Terra. Nelle immagini di quella notte abbiamo individuato centinaia di oggetti interessanti, con velocità o direzione di movimento anomalo nel cielo. Quando si trovano oggetti di questo tipo è necessario organizzare ulteriori osservazioni, usando altri telescopi più potenti, in modo da poter affinare la nostra conoscenza della loro orbita, e verificare se qualcuno di essi (detti NEO, Near-Earth Objects) sia dinamicamente in grado di collidere col nostro pianeta. In quella notte, ben 19 oggetti scoperti si sono rivelati di questa categoria. La scoperta di un così gran numero di asteroidi NEO in una sola notte non è purtroppo una coincidenza fortuita: se in una singola notte, con un solo strumento, è stato possibile trovare alcune decine di oggetti ignoti e potenzialmente pericolosi per il nostro pianeta, ciò significa che ve ne potrebbero essere migliaia in attesa di essere scoperti, incluso alcuni che stanno veramente dirigendosi verso la Terra, in rotta di collisione nei prossimi decenni!
(Nella foto a sinistra Marco con Richard Wainscoat la notte in cui hanno scoperto 19 NEO)

 

Un asteroide, una volta scoperto, viene monitorato solo per un certo tempo, o i “NEO” godono di un’attenzione particolare?
Ciascuno di questi oggetti sarebbe rapidamente perso se non fossero programmate continue osservazioni, in grado di affinarne l’orbita e la futura predicibilità. La grande frequenza di scoperte NEO resa possibile dai nuovi telescopi rende sempre più impegnativo questo sforzo di “inseguimento” (chiamato in gergo tecnico follow-up), e proprio in questo ruolo sta diventando sempre più importante il ruolo degli astronomi dilettanti, che possono utilizzare le loro strumentazioni per osservare almeno i più luminosi di questi oggetti, riducendo il carico osservativo delle strumentazioni professionali.

Che tipo di asteroidi sono quelli scoperti?
Le caratteristiche fisiche e dimensionali di questi asteroidi NEO sono molto varie. Se da un lato gli oggetti molto massicci (di qualche chilometro), capaci di causare estinzioni globali sul pianeta, sono fortunatamente rari (e in gran parte noti), dall’altro lato ci sono migliaia di oggetti più piccoli, magari non in grado di mettere in pericolo la vita umana a livello planetario, ma sicuramente capaci di causare disastri su scala regionale in caso di impatto. Eventi di questo genere sono prevedibili grazie alla scoperta anticipata dell’oggetto e, di conseguenza, prevenibili (anche semplicemente con un piano di evacuazione dell’area che sarà colpita).
Le capacità di questi telescopi sono ormai così buone da riuscire a scoprire, in certe occasioni, oggetti di pochi metri di diametro. In questo modo siamo riusciti a individuare piccoli “asteroidi” in orbite estremamente inusuali… che si sono poi rivelati frammenti degli stadi superiori di razzi vettori lanciati negli anni Sessanta e Settanta da USA e URSS! Nel 2008 è anche stato scoperto un piccolissimo asteroide, di 3 metri di diametro, che poche ore dopo ha colpito il nostro pianeta, cadendo nel deserto del Sudan. Un oggetto di queste dimensioni non è in grado di causare danni significativi, ma è stato comunque un’ottima opportunità per testare le metodologie di scoperta e di previsione degli impatti. Con solo poche ore di osservazioni è stato possibile predire il luogo di impatto con un’accuratezza di 3 chilometri (poi confermata dalla raccolta di frammenti al suolo)!


Quanti degli asteroidi sinora individuati ha possibilità di impatto?
Al momento di questa intervista [maggio 2012 n.d.r.] sono noti circa 8800 asteroidi NEO, di cui 336 con possibilità di impatto nel prossimo secolo. Per gran parte di essi, la probabilità è dell’ordine di 1 su qualche milione. Purtroppo però vi sono alcuni casi ben più significativi. Al momento il più famoso è l’asteroide (99942) Apophis, scoperto dal mio relatore di tesi di dottorato nel 2004: passerà vicinissimo alla Terra nel 2029, e se le condizioni di avvicinamento saranno “giuste” potrebbe tornare nelle vicinanze del nostro pianeta nei decenni successivi, con possibilità basse ma non nulle di collisione. Ancor più interessante, anche se meno noto, è l’oggetto 2011 AG5, che ha una probabilità di circa 1 su 500 di impattare contro la Terra la mattina del 5 febbraio 2040. È un oggetto di circa 200 metri, capace di causare danni localizzati ma rilevanti in caso di un impatto su zone densamente popolate. Questi numeri diventano ancor più preoccupanti se consideriamo che meno di un quarto degli oggetti di queste dimensioni sono noti.


È possibile che uno di essi sia in rotta di collisione con la Terra, senza che noi ne conosciamo l’esistenza!
A proposito di tutte queste sigle e denominazioni, quando è che a un asteroide viene dato oltre che a una sigla, un nome più “prosaico”?
Esistono dei criteri, per esempio un minimo di grandezza?

Le regole per la denominazione definitiva di un asteroide sono stabilite dall’Unione Astronomica, che si occupa in generale di tutta la nomenclatura degli oggetti astronomici. In genere lo scopritore di un oggetto ha la facoltà di proporre un nome, ma solo dopo che l’oggetto è stato osservato sufficientemente a lungo e la sua orbita è nota con accuratezza tale da garantirne la localizzabilità per almeno qualche secolo. Se l’oggetto è parte della fascia principale, la scelta del nome è piuttosto libera, a parte limiti di lunghezza e alcuni vincoli di tipo militare e politico (i nomi di personaggi legati alle guerre dell’ultimo secolo sono proibiti), oppure nomi offensivi. Sugli oggetti “importanti”, tra cui i NEO o gli oggetti transnettuniani (oggetti di grandi dimensioni orbitanti oltre il pianeta Nettuno) sono richiesti nomi più rilevanti. Per i NEO si usano spesso nomi mitologici, spesso tratti dalla cultura greco-romana o egizia, mentre ai transnettuniani sono riservati i nomi di divinità dell’oltretomba, o figure mitologiche legate al freddo e ai ghiacci.
Vi ricorderete qualche anno fa il caso di (90337) Sedna, chiamata appunto come la divinità Inuit del mare e dei suoi animali.

Link esterni

(IT) http://www.astrofilibresciani.it/ osservatorio/osservatorio.htm
(IT) http://www.media.inaf.it/2011/03/01/ record-19-asteroidi-scoperti-in-una-notte/
(EN) http://en.wikipedia.org/wiki/University_ of_Hawaii
(EN) http://www.ifa.hawaii.edu/

Intervista a cura di Alessandro Marchetti, tratta dal Bollettino dell'Associazione Normalisti, Anno XIV, Numero 2, del Giugno 2012